.
Annunci online

L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


13 agosto 2010

Scherma

 

Insomma, oggi sono tutti fautori del governo tecnico. Ognuno ovviamente lo immagina secondo il proprio punto di vista. Ma, in generale, sono pochi quelli che vogliono le elezioni domani, anzi subito, tra un quarto d’ora, “perché così gliela facciamo vedere a Berlusconi!”. Anche Vendola (quello che diceva: “Tranquilli, ci penso io”) è sceso a più miti consigli. Dice che “se le Camere riusciranno a trovare una maggioranza per varare la riforma elettorale e magari una normativa decente sul conflitto di interessi, non potrei che brindare a questa prospettiva” (si noti: Vendola non è prosaicamente ‘d’accordo’, ma ‘brinda alla prospettiva’). Non ha aggiunto che se il governo tecnico risolvesse la crisi economica, facesse il socialismo e confiscasse i beni di Berlusconi per consegnarli al popolo, per lui sarebbe meglio, ma pazienza, va già bene così. Chissà cosa dice Tonini, quello che, quando Bersani propose un governo di transizione, chiese indignato quale organismo di partito lo avesse deciso. Immagino il dito inoppugnabilmente alzato. Evidentemente sbagliò i tempi: meno livore e un po’ di pazienza in più gli avrebbero giovato.

Forse dovremmo chiederci una cosa. Perché in poche settimane sono cambiati tanti scenari politici? Berlusca vede sfaldarsi il proprio fronte e scopre impervia la solita strada intrapresa in queste fasi di difficoltà, ossia le elezioni anticipate e la caciara mediatica. I cespugli dell’ex Ulivo sembrano divenuti più riflessivi, quasi sopraffatti dalle preoccupazioni, loro che a ogni stormir di foglia gridavano leggeri, quasi danzando: inciucio, politicismo, d’alema, etica, regime, urne! Anche la destra sembra meno certa del proprio destino e del proprio futuro, e stenta persino a fare il solito quadrato mediatico attorno al leader. Va riconosciuto che la parola d’ordine del “governo di transizione” è stata ben più che una parola. Che l’insistenza testarda sugli interessi del Paese, sulla crisi economica mai vinta, sulla necessità di uscire dalla palude vischiosa di questi anni, sulle preoccupazioni per un paese socialmente frammentato alla fine hanno pagato, producendo effetti visibili. D’altra parte, se la politica non provoca risultati, non smuove le acque, non ‘lavora’ sul fronte avversario, non ‘stuzzica’, non sceglie la mossa giusta e più calibrata ai tempi, nemmeno è giusto che si chiami “politica”, al più annuncio, comunicazione-politica, agitazione propagandistica, dilettantismo, fuffa.

Spiace dirlo, ma anche stavolta il veltronismo si è distinto per una sorta di innocuo e inefficace (anche se patinato) “scivolamento” sulla realtà delle cose. Anche stavolta si è interpretata la politica come una sorta di etica astratta, al più una petizione di principio, quasi ignorando il confronto vero, agonistico, ‘misurato’ sull’avversario, che la politica richiede realisticamente come unica alternativa possibile alle chiacchiere mediatiche. Amici e nemici, in politica, sono sulla stessa barca (l’interesse pubblico), sono “a portata di guantoni” e, perciò, bisogna saper dare di scherma e mollare sganassoni con un certo cervello, altro che. Per Veltroni e i veltronisti, invece, amici e nemici sono rinchiusi in stanze diverse, quasi si ignorano, quel che conta è solo l’annuncio al Paese, il parlare al “popolo”, la ricerca di consenso con i mezzi dell’advertising, la suggestione delle parole, la seduzione dei gesti. Viene a mancare del tutto la lotta, il rischio, l’agorà, il confronto rischioso che della politica è il sale. Viene a mancare la possibilità di scuotere l’avversario, smuovere le acque, fare anche un solo passo avanti. ‘Politicismo’ accusano in questi casi: peccato per loro che ‘politicismo’ sia solo la parola sbagliata (e anche un po’ qualunquista) per dire la carne e il sangue della politica stessa.


12 agosto 2010

Il polpo

 

La scadenza elettorale anticipata comincia ad apparire pericolosa un po’ a tutti. Persino al premier, per il quale le elezioni rappresenterebbero anche la soluzione migliore. Immaginate la peggiore. C’è anzi il rischio che questo clima da Basso Impero avveleni per mesi e mesi il dibattito pubblico, consumando ancora un po’ quel poco di politica che resta. La proposta di Bersani (all’incirca: governo di transizione per fare la nuova legge elettorale e tenere sotto controllo l’economia) inizialmente definita politicista, inciucista, etc., oggi appare alla maggior parte degli addetti ai lavori l’unica soluzione alternativa all’ennesimo bagno di sangue anti-politico che potrebbe inondare inopinatamente le urne. Meglio tardi che mai. Il solo Vendola, mi pare, resta pronto alla pugna anticipata con questa motivazione essenziale: “Tranquilli, ci sono io”.

Tra i commentatori spicca, invece, Michele Ainis sul Sole 24 Ore. Il suo pensiero è sintetizzato nell’occhiello dell’articolo: “cambiare il sistema di voto a ridosso delle urne è un’idea pessima”. A ridosso delle urne? Perché, si vota domani? Non sembra. Forse Ainis ha delle informazioni riservate o legge la palla di vetro. Ma né conosciamo la data del voto (e tantomeno c’è una corsa folle alle urne), né il governo di transizione dovrebbe semplicemente condurci alla scheda elettorale, né fare una nuova legge dovrebbe essere (allo stato attuale) la cosa più semplice e rapida del mondo. Il governo post-berlusconiano (perché questo è) dovrebbe in realtà semplicemente corrispondere al bisogno di attenuare gli effetti della caduta di Berlusconi sulle istituzioni e sul Paese, portandoci nei tempi giusti e non esattamente prevedibili (anche se pattuibili) alla scadenza elettorale (la politica, si sa, non è una scienza esatta). Dunque? Dunque, a sentire Ainis, è meglio tenerci la legge feudale e/o porcellum attuale, e chi s’è visto s’è visto. Poi, con comodo…

In realtà, dicevamo, l’idea del governo di transizione nasce per la ragione opposta, ossia per allontanare la data dell’eventuale voto anticipato, vista la crisi di sistema in cui affoghiamo; e l’idea di fare una nuova legge elettorale (come esito di un ampio dibattito democratico) scaturisce dalla necessità di mettere mano in via definitiva a una materia bollente. Ainis sostiene che la legge elettorale dovrebbe essere cambiata al massimo nell’anno successivo al voto, non subito prima di una scadenza. In linea teorica ha ragione. Il fatto è che non c’è in vista una scadenza anticipata: anzi, potrebbe persino non esserci. A rigore, siamo ad appena due anni dal voto precedente; inoltre, la maggioranza ha decine e decine di deputati di vantaggio e vige (almeno a chiacchiere) la stabilità. Si potrebbe, dunque, votare anche tra tre anni, perché, si diceva, non c’è affatto un termine anticipato già inscritto nelle stelle. A meno che Ainis lo conosca già, perché forse Ainis prevede il futuro come il polpo Paul, quello che indovinava i pronostici ai mondiali. Ma questo è un altro paio di maniche!


11 agosto 2010

I peperoni

 

“Il bipolarismo in Italia non è mai nato”. “Ho dato l’anima per costruire il partito democratico. Quindici anni. Ma ho di fronte agli occhi solo vecchi centri e vecchie sinistre. In politica occorre realismo e […] dobbiamo rassegnarci a constatare come l’esperimento proprio non funziona”. “Esiste in Italia una tradizione socialista e socialdemocratica che potrebbe tranquillamente allearsi con espressioni di cultura cattolica e liberale, mentre è assurdo illudersi di trovare una sintesi tra storie tanto diverse”. “Ciascuno vada per la sua strada e peschi voti dove può e dove sa”. “Il problema è che la politica non è fatta di buone idee, ma è fatta di buone pratiche. D’Alema docet. Aveva i suoi dubbi e ha assistito all’avverarsi dei suoi dubbi per dire poi che aveva ragione”. “Liberiamoci dall’ossessione di Berlusconi. Per vincere, impegniamoci su occupazione, giovani, scuola. Affrontiamo un serio discorso sul federalismo […]. Costruiamo insomma l’unità programmatica e lasciamo a ciascuno la sua tradizione”. E poi “diamoci una bella organizzazione di partito che rispetti la voglia di autonomia che la realtà sociale e culturale esprime”. Tutto “comunque dipende dalla sinistra o dal centrosinistra: dalla voglia di far politica” (*).

Che ne dite? All’inizio stentavo a capire quale Massimo fosse. L’idea che era meglio tirare un “trattino” invece che allestire un partito omnibus e un centrosinistra organico è storia antica. Fu l’ipotesi inizialmente scartata, quella considerata troppo “politicista”, inciucista (o dalemiana, che è sinonimo). Meglio il “nuovo”, poffarbacco, meglio la soluzione di continuità, lo stacco totale, la totale renovatio: tutti sullo stesso barcone, timonato magari da Matteo Renzi o Cristiana Alicata o Ciwati. E invece, oggi, il PD inteso come partito mediatico e come “assemblaggio” post-politico di identità, storie, tradizioni diverse, sembra davvero un amalgama mal riuscito e con scarso futuro. Forse bisognava esser più bravi, o più convinti. O forse non bisognava essere in Italia, dove il peso (la ricchezza, anzi) delle differenze è sempre stata fortissima, quasi insuperabile. Oppure bastava essere soltanto più accorti e realisti dal punto di vista pratico o pragmatico (come dice Cacciari). O, meglio, bisognava far nascere il PD in un altro modo: con meno loft, bandiere, Kansas City, leader, brand, advertising, nuova frontiera, figurine panini, krapfen, frizzi, lazzi e cotillon. E un po’ più di politica, invece. Io credo perfino che aver scelto il “novismo” come ideologia sia stato talmente deleterio da ostacolare ogni concreta ed effettiva innovazione politica.

Siccome il mondo è bello perché vario, ancora questa settimana Daria Bignardi su Vanity Fair insiste come un disco rotto: “I Nichi Vendola, i Matteo Renzi, i pochi rimasti del centrosinistra con qualche concreta possibilità di riacciuffare un partito disorientato e in crisi di comunicazione facciano bene e credano in sé, in barba a tutto”. Rieccolo il caro vecchio “novismo”, che davvero non muore mai e da sempre si ripropone, testardo e instancabile, come i peperoni. Ovviamente, noi lo stamo a’ affrontà.

(*) Massimo Cacciari, Addio coalizioni, meglio i partiti che poi si alleano. È il passato? Pazienza, l’Unità, 8 agosto 2010

Nella foto, due peperoni della Roma


10 agosto 2010

Alla ricerca della compagna Susan Boyle

 

Stanchi della politica? Stufi delle solite facce e del solito D’Alema? Annoiati dalle discussioni, dai dibattiti, dalle frasi e dai linguaggi troppo tecnici (tipo: “centralità del Parlamento”)? Non disperate, ecco la soluzione per voi. L’Unità, ex giornale di Antonio Gramsci, ha indetto un divertente Talent Show al quale tutti siete chiamati a intervenire con le vostre fantastiche nomination. Conoscete qualcuno che ancora capisca cosa significhi “legislatura” oppure “decreto legge”? Bene, segnalatelo agli amici dell’Unità. Meglio ancora: avete in mente qualcuno che non sappia proprio nulla, ma nulla di nulla in fatto di istituzioni e regolamenti parlamentari? Che non mastichi nemmeno l’abc della politica? Un vero membro della società civile, quelli tutta “gggente” e astratti principi (tipo: basta col politicismo! Siamo stufi! L’Italia agli italiani! Non programmi ma uomini nuovi!)? Che quasi ignori l’esistenza di Palazzo Chigi o Monte Citorio? Per il quale il bilancio pubblico è un vero mistero esoterico? Che so: un dentista, un fruttarolo, un pizzicagnolo, un capitano di industria, un “bibbitaro”, un chirurgo estetico? Meglio ancora! L’Unità è qui per proporlo alla carica di Presidente della Camera (pare che il posto si liberi presto)! O di Governatore della Banca d’Italia. Oppure, perché no, direttamente al posto di D’Alema qualunque posto lui occupi, compreso il timone dell’Ikarus oppure i fornelli dove cuoce il risotto! È ora che si avveri la profezia leniniana, appunto: una cuoca al governo di un Paese! Siamo stanchi della caste di competenti e professionisti della politica che ci circondano. Se deve essere Apocalisse, che sia! Completiamo la distruzione già avviata da Berlusconi! Commercialisti al potere, avvocati in Parlamento! Avanti!

PS Anche l_antonio ha le sue nomination: Marco Sto (anziché Marco Carta, troppo ambizioso, o Marco Passo, troppo indeciso), Guerrino il Macellaro (esperto di ”tagli ma non al bilancio), Gualtierino Scannagatti (società civile), Pasqualino Maraja (società sociale), Mirkus Straziacapelli (società a r.l.), Santo Cielinho, (società p.a.), la sora Ceciona (condominio Viale Trastevere), ing. Bellachioma (barbiere, ce l’ha segnalato una cara amica del solarium sotto casa), Peppino Fulminato (elettricista a isee zero). Così ci sentiamo finalmente in buone mani, ecchecazz…


9 agosto 2010

Elettoralismo

 

L’Opinione riporta brani di un’intervista a Massimo Cacciari fatta da Corradino Mineo su Rainews. Non abbiamo ascoltato le parole in viva voce del filosofo veneziano, dunque ci affidiamo a quanto riporta il giornale. Cacciari è contrario alla formazione di un “governo tecnico” (così lo chiama), perché sarebbe “un’eventualità dannosissima per il Paese”. E poi perché nascerebbe da una “crisi parlamentare”. Così che egli si appella alla responsabilità del PDL affinché ciò non avvenga. Si tratta, ovviamente, solo di un auspicio, una speranza, perché in realtà il punto è un altro: se ci fosse una “crisi parlamentare”, che si fa? Se si scioglie la maggioranza, si deve andare necessariamente alle urne? Non sarebbe questo più dannoso di un “governo tecnico”, visti, come ritiene Cacciari, “i timidi segni di ripresa e stabilizzazione”? L’ex Sindaco ritiene che sarebbe meglio portare a termine la legislatura e lavorare alla prossima, mettendo a punto alcuni tasselli futuri (il federalismo, ad esempio). Troppi “auspici” e troppi “tono augurali” per un filosofo che ci ha insegnato il senso del disincanto e il disprezzo per le utopie consolatorie e per i “buonismi” in genere.

Comunque. A Cacciari risponde indirettamente Andrea Manzella su Repubblica di sabato: “Ci sono in giro grossi (e interessati) equivoci. Che ogni crisi parlamentare [appunto!, ndr] debba avere fatalmente una soluzione elettorale”. Che ogni dissenso debba portare alle urne. “Che ogni ‘diverso’ esercizio delle funzioni parlamentari […] rientri nella retorica del ‘ribaltone’ (o del tradimento)”. Non è così, dice Manzella. Dietro a queste tesi c’è un ‘credo’ illiberale, quello della “scomparsa del Parlamento”, ossia del luogo della “rappresentanza effettiva e concreta della società nazionale”. Secondo lo studioso, il Parlamento resta sempre il “porticato” (mai del tutto autoreferenziale) tra istituzioni e società (come scrisse Hegel), perché la logica della democrazia non è quella del plebiscito e tutto non si ferma o riduce all’istantaneo ‘click’ elettorale. La società cambia e la politica va ben oltre i ‘pietrificati’ accordi di coalizione che, senza il Parlamento, restano pure petizioni di principio. Il diritto degli elettori ad avere un governo non si ferma al voto iniziale delle coalizioni, ma va oltre, perché il mandato è sempre pieno. “Allora è il meccanismo naturale della democrazia che spinge a cercare nel Parlamento le intese che e i compromessi possibili tra le rappresentanze di parti fino a ieri contrapposte”. Chiaro? E se il Parlamento fa il suo dovere, il cosiddetto ‘ribaltone’ non esiste, è un’accusa che fa torto alle prerogative stesse dell’assemblea elettiva.

Qual è la morale? Che il vuoto di politica produce una sorta di disastro culturale, da cui sarà difficile riemergere. Che il Parlamento è ritenuto una semplice camera di compensazione, un'assemblea di soci (anzi di “fedeli”), e non l’ambito dove i “rappresentanti” debbano esercitare sino in fondo la loro funzione nazionale e generale. Che viene a mancare in questo Paese un luogo dove la mediazione (e anche il confronto aspro che prelude alla decisione) abbia un effettivo campo di attivazione; un luogo autonomo, specifico, non residuale. Ci manca, detto in altri termini, la “cucina” dove la politica possa mettere in campo le proprie ricette: riaprire discussioni, avviare confronti, trovare nel dibattito aperto, trasparente, pubblico le soluzioni ritenute più idonee a risolvere le questioni. Oggi è invalsa l’idea che il “click” elettorale iniziale sia tutto, e che il resto debba essere una specie di coazione a ripetere freudiana. Nulla, in pratica. Un Parlamento con la mordacchia, insomma. E invece solo i “rappresentanti” del popolo possono interpretare i sommovimenti che scuotono l’opinione pubblica e la società, e svolgere il ruolo di ‘porticato’, ponte, “fra-mezzo” di cui diceva Hegel. Pretendere di ‘surgelare’ i giudizi, anche nel caso di crisi della maggioranza, e portarli “impacchettati” alla scadenza dei cinque anni è come mettere le brache alla nostra libertà politica. Non si può votare a ogni stormir di foglie. La politica nasce per altro, non per fare sondaggi, “contarsi” o misurare in astratto, come su un videogame, i “muscoli” di questo o quello.


5 agosto 2010

Ciwati Trismegisto

 

Ciwati ha detto la sua. Ecchediamine. Ha scritto sull’Unità che, se il governo cade, si deve andare con comodo da Napolitano (dopo una settimana di festeggiamenti al Parco di Monza, paga lui) per chiarire bene i termini “veri” della questione. In sostanza si deve dire al Presidente che il governo di transizione serve solo a fare una nuova legge elettorale (quale? di che genere? e con chi? moriamo dalla curiosità) e nulla più. In questo governo pro tempore, inoltre, non dovrà entrare alcun personaggio “indigeribile” (cioè di quelli che hanno governato il Paese sino ad oggi). Così che la domanda sorge spontanea: facciamo una specie di governo di minoranza? Carbonaro? Col solo parentato? Pochi ma buoni? Con Ciwati, Debora, alcuni ricercatori universitari e gli altri a fare fotocopie in corridoio? Non mi pare una soluzione molto duratura. Ovviamente, aggiunge Ciwati, “pasticci non se ne fanno” (difficile che se ne facciano: il governo è di minoranza, deve fare soltanto una legge elettorale che non si sa nemmeno quale e con chi!). Inoltre, stabilisce il futuro segretario del PD (almeno a sentire i sondaggi dell’Espresso), dobbiamo essere “pronti al voto” (non c’è dubbio: con un governo di minoranza che deve fare una legge elettorale non-si-sa-quale come minimo cadiamo un nano secondo dopo la presentazione alle Camere) e attendere “gli sviluppi”, perché le cose “potrebbero precipitare” (più di così? Ciwati prevede l’apocalisse o lo scudetto alla Lazio?). Una cosa è certa, dice ancora: si devono fare le primarie. Su queste non transige. Lo si sappia, e non dite che non aveva avvertito. E poi, nel caso nasca un governo per rifare la legge elettorale, bisogna “fare bene le cose” (quale sarebbe l’alternativa, farle male?), ben attenti alle reazioni del Berlusconi “detronizzato” da Palazzo Chigi (allora è meglio che resti al governo?). Il consiglio finale di Ciwati è quello di non dare mai Berlusconi per vinto. Voi vi chiederete: perché? La risposta è semplice: perché “porta sfortuna”. Scaramanzia, in sostanza. Una specie di tocco-ferro e “passata barchetta” per evitare conseguenze perniciose: “Aglio, Fravaglio, fattura ca nun quaglia, corna e bicorna!” (dalla mozione Ciwati-De Filippo al festival delle fattucchiere). Dopo di che il testo dell’Unità diventa talmente criptico, come certe opere ermetiche delle antiche tradizioni orfiche, che sono costretto a riportarlo rispettosamente per intero:

“Il Pd deve offrire un profilo di alternativa (in generale) e di responsabilità (nel caso ci venga chiesto dal Presidente della Repubblica), piuttosto che stare a parlare di tutti quelli che abbiamo detestato finora come alleati credibili di un governo possibile che potrebbe fare, oltre alla riforma elettorale, anche un’altra manovra (!) e un po’ di federalismo. Così, per chiarezza (sic! corsivo mio). E per dire che non è con gli eccessi di politicismo e di compiacimento governista che si esce da una situazione come questa”.

A parte il finale di scuola contro D’Alema, una specie di atto dovuto, che, se non lo fai, la Serracchiani ci rimane male, il resto che cazzarola voleva significare? Capisco lo spirito della lezione di politica della prima parte dell’intervento su l’Unità (quella che abbiamo or ora commentato). Ma quest’ultima parte dell’analisi ciwatiana è davvero troppo impegnativa. Sembra presa di sana pianta dal Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto. Con tanto di fumi attorno e alambicchi. Già vedo folle di interpreti occhialuti e con il cappello a punta piegati sulle sacre carte a studiare indefessamente gli immensi significati e l’intento più vero dell’autore. Auguri.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ciwati hermete trismegisto pd l'unità

permalink | inviato da L_Antonio il 5/8/2010 alle 16:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


4 agosto 2010

La vita è tutta un quiz

 

Quando si vuole indicare un materiale duro e resistente si indica il granito. Non so se sia il più duro di tutti (non credo) ma rende bene l’idea. Cosa c’è di più granitico oggi dell’antipolitica e del confronto-scontro tra le massicce identità che mostrano i muscoli sulla scena mediatica? Io credo nulla. Pensate alla Lega, che “celaduro” sin dalla prima ora e affida alle ampolline del Po il messaggio politico. O a Berlusconi, che si presenta come vincente, immortale, instancabile sessualmente, e chi più ne ha più ne metta. Oppure alla sinistra radicale, pronta a fare la Comune di Parigi anche tra un quarto d’ora, nonostante veleggi sul 3% scarso di consensi. O a Di Pietro, da sempre tribuno integerrimo della morale pubblica. Lo stesso loft di Veltroni, dietro l’aspetto buonista e l’arredo post-moderno, mostrava la faccia dura e grintosa del bipolarismo all’americana, sul modello del “Rischiatutto” di Bongiorno o del quiz televisivo in genere: o la va o la spacca nelle urne e poi ci rivediamo (con comodo) tra cinque anni; nel frattempo si scrive un romanzo o si va in Africa. Questa astrattezza politico-culturale è l’effetto per nulla paradossale del confronto tra le identità granitiche che occupano la scena oggi. Nessun dialogo o confronto, nessun vero dibattito su cose o progetti, solo accordi a termine, strette di mano, pacche sulle spalle, frasi roboanti, ammiccamenti alle signore, barzellette, predellini, toupet. Anche a sinistra purtroppo, magari con stile più sofisticato e letterario, con bello stile disciamo. Ma nulla di politico, questo è sicuro.

Ricordate il PCI? Di secondo nome faceva “primato della politica” (così come la DC, peraltro). Voleva significare che si lavorava sempre per l’unità, il confronto, il dialogo anche difficile e mai per lo scontro titanico, da ultima spiaggia, buono per i media. I guantoni, come dicevamo, erano a portata di scherma, non si agitavano a vuoto nei talk show. Le decisioni, che non mancavano, erano il frutto di un percorso precedente di mediazioni e di un gioco a carte scoperte. Non a caso il giornale si chiamava l’Unità, e poi c’era Unipol, i Comitati Unitari, Unitelefilm, Uisp, ecc. Era un modo diverso di intendere la battaglia politica: in termini orizzontali, sul piano del confronto dialettico, in una cornice salda e mai distruttiva per quanto competitiva. La Costituzione è stato il simbolo più alto di questa strategia che riusciva a “includere” avversari senza pasticci. Il “primato della politica” è questa orizzontalità, dalla quale sgorga a un certo punto il “salto” della decisione, la “zampata” finale della risoluzione. Tattica e strategie si tenevano nella misurazione dettagliata dei tempi e delle fasi di ogni singolo percorso politico. Il Parlamento e tutte le assemblea elettive erano il catino dove questi percorsi venivano a incontrarsi. La politica è sempre stata incontro. E l’agorà la sede di un dialogo anche acceso, calibrato immancabilmente sulla decisione politica finale.

Chi sono i “generosi” in politica? Quelli che antepongono l’interesse generale al tornaconto personale e del proprio partito. Coloro che pensano alla politica come a un servizio verso il Paese, non come l’occasione per “raschiare” consensi al vicino o avvantaggiare la propria figura di leader. Ecco dove va a parare l’eredità del PCI. Quel primato della politica, quella "generosità" (ricordate il compromesso storico?) spesso pagata a duro prezzo elettorale, quel senso dell’unità sfociano oggi nelle scelte di taluni pezzi del PD, a partire dal governo di transizione indicato da Bersani. L'indicazione, la solita, è quella di mettersi al servizio del Paese, il quale ha bisogno di una nuova legge elettorale e deve gestire il debito pubblico, la crisi, il disastro sociale e traghettarci tutti verso la nuova scadenza elettorale, che si spera non sia l’ennesimo scontro tra questo e quel macho granitico, ma un confronto politico vero, duro e appassionante come non ne vediamo da tempo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. quiz pd granito generosi bersani pci

permalink | inviato da L_Antonio il 4/8/2010 alle 13:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 agosto 2010

Gallipoli

 

Eravamo su scherzi a parte. Uno scherzo durato ben sedici anni. Durante i quali due schieramenti molto abborracciati, variegati, compositi, legati più da calcolo elettorale che da altro, si sono confrontati su un piano più mediatico che politico. Anni di personalismo e leaderismo, sino al normale esito populistico a cui nemmeno la sinistra è stata capace di sottrarsi. Non ricordo nulla di significativo prodotto in questa fase, a parte l’ingresso in Europa: ma questo lo considererei più un curioso colpo di coda della politica che una vittoria dei tempi nuovi. Di fatto il Parlamento è stato commissariato come una specie di attrezzo inutile, per Berlusconi persino dannoso. Eppure è lì che la politica ha sede, o perlomeno trova un’appropriata sintesi finale. Se per “politica” si intende la discussione, il dibattito anche aspro, la mediazione ravvicinata, il lavoro di composizione e scomposizione, compreso il voto finale che mette fine all’operoso confronto di opinioni e “decide” sul segno politico finale di una riforma. Senza assemblea elettiva tutto si riduce alle campagne elettorali e all’astrazione di una politica di governo che sembra scesa da Marte. E anche la rappresentanza cessa di essere quel che deve essere, ossia il punto di coagulo e di equilibrio del sistema. Vincono le richieste di fiducia, pure con 100 deputati di vantaggio tutti nominati direttamente dai partiti. In Italia lo scontro mediale non ha solo esautorato il Parlamento, ha anche illuso che bastasse “decidere” per governare, che bastasse “annunciare” per “fare”, che la “persona” del leader fosse già una parte consistente del “governo”. Non è così, non è mai stato così in nessuna parte del mondo, USA compresi.

Che cos’ l’antipolitica? È il vuoto istituzionale, è l’assenza del Parlamento, è l’illusione che si possa escludere l’agorà dalla catena della decisione, che si possa escludere il Paese reale dalla sostanza della politica stessa. Il berlusconismo è questa ubriacatura di antipolitica, di pigrizia intellettuale che ci (e si) convince sulla inutilità e il danno della mediazione: “politicismo” dicono Vendola, Ciwati, i blogger, Grillo, Di Pietro quando indicano il demone del confronto politico. Per costoro la politica è una specie di singolar tenzone tra identità granitiche. Chiacchiere pronunciate davanti alla telecamera o scritte in un post. È ovvio che non è affatto così. Il modello mediale, in realtà, non cerca dialogo ma scontro. Non sopporta le differenze, cerca solo identità e fedeltà (magari aziendale). Non vuole un partito ma un’azienda, peggio: una falange di commercialisti. Mastica di economia e di interessi, ma non di rappresentanze. Il modello bipolare chiama i cittadini a scegliere tra due competitors (come di dice) e poi spiega: fateli lavorare per cinque anni, poi li giudicheremo. E il Parlamento? E la rappresentanza? E la politica? Dove sono finiti? Che ci stanno più a fare? A queste condizioni l’assemblea elettiva diventa una sacca di risonanza (e pure di pessima risonanza visto che 100 deputati non bastano nemmeno a votare una leggina scema qualsiasi, ma serve sempre la fiducia giocata sino all’ultimo voto).

Il Terzo Polo evocato da Rutelli, Casini e (forse) Fini è pronto a incunearsi nella crisi del bipolarismo fittizio di questi anni. Il PD dovrà tornare a confrontarsi con la politica “left” dopo la svolta “loft” di Veltroni. La fine del berlusconismo riapre il tema sul ruolo e i compiti della sinistra, all’interno di un sistema che sarà probabilmente diverso dall’attuale, e che tenterà di invertire l’attuale andazzo. È incredibile ma siamo tornati indietro di molti anni anche per ciò che riguarda il progetto politico. Ricordate Gallipoli, il piatto di spaghetti ai frutti di mare, D’Alema e Buttiglione faccia a faccia? Era il 1994. Lì c’erano la gamba del centro a fianco della gamba della sinistra. Non c’era ancora il PD, né il centrosinistra senza trattino, non c’erano il bipolarismo già connotato mediaticamente e i due schieramenti impotenti l’uno dinanzi all’altro, né l’antipolitica mediatica imperava come oggi. Probabilmente i due discutevano una soluzione che oggi torna di moda: Parlamento al centro del sistema, legge proporzionale ma capace di garantire un governo al Paese, un’alleanza tra cattolici e laici (sinistra e moderati, o come volete chiamarli, fate voi), un progetto di riforma nel solco della Costituzione, o comunque pronto a modificarne degli aspetti senza minacciarla nell’esistenza e/o l’essenza. Strano scherzo del destino. Una specie di eterno ritorno dell’eguale. Ma D’Alema non era quello che perdeva sempre?


2 agosto 2010

Politicismo

 


Odio il termine politicismo. È spregiativo. Viene usato per indicare una specie di alternativa negativa a quella che Vendola definirebbe, invece, la “politica buona”, ma che "buona" a parer mio non è, perché punta a costruire schieramenti assolutamente opposti, identitari, separati tra loro da un baratro, incomunicanti, incapaci di dialogare, anzi senza il desiderio di dialogare, abissali. Questa politica buona cerca sempre lo scontro finale (magari elettorale), interpreta il bipolarismo come una sorta di guerra civile, trasforma l’alternanza politica in un giudizio di Dio, parla di svolte radicali e le immagina definitive o salvifiche. È la politica dell’assoluto, è la politica che trasforma il linguaggio nel suo contrario. È la politica che “salva”. Io credo che non sia nemmeno politica, quanto un fenomeno culturale (poetico?). È la cultura, difatti, che stabilizza le identità e le struttura, che radicalizza le posizioni, che assolutizza le idee e chiede giudizi dirimenti, non la politica. La quale, invece, vive per il dialogo e non immagina mai svolte definitive o una presunta fine della storia. Politicismo indica l’insofferenza per la prosa quotidiana. Per le soluzioni pratiche. Per le lunghe marce. E la politica, per quanto bellissima, nobile e alta, resta prosa quotidiana. Dibattito pubblico. Confronto anche aspro di opinioni, ma confronto. Abissi che tentano un ricongiungimento. Ponte. Tanto più se “grande” politica.


Che cosa spinge a scegliere il binario culturale al posto di quello politico? L’odierna egemonia della comunicazione, dell’immateriale, dell’astratto. È una specie di destino epocale. La politica e il dibattito scompaiono, trionfa il gesto poetico-politico estremo, la personalizzazione. Con la retorica (la "narrazione") che si erge al posto della politica (non a supporto). Il termine “politicismo” lo hanno usato recentemente due “giovani” del centrosinistra: Ciwati su l’Unità e Vendola sul manifesto. Ne parlo anche per questo. Entrambi, quando dicono “politicismo”, pensano a D’Alema. Ma credo che pensino soprattutto alla politica così come la si intende tradizionalmente, come discussione forte ma finalizzata alle soluzioni, per quanto di parte, e anche come conversazione, accordo, possibile intesa e, in sostanza, come dibattito competente e concreto sulle cose. Ciwati e Vendola ritengono che il linguaggio sia falso quando apre un dibattito oppure è finalizzato alla ricerca di intese, e sia clamorosamente vero solo quando è astrattamente poetico e comunicativo, quando si tiene fuori dalla contesa pratica, quando è suggestivo, quando vola alto, talmente alto da perdere ogni senso della responsabilità, così alto da apparire puro. Falso, dunque, se ancorato alle condizioni imposte dalla realtà, vero se libero di volare. Di Ciwati si diceva che potesse essere il futuro segretario del PD. Di Vendola che sarà il futuro premier. Vi rendete conto?

Nella foto, un giovane Vendola "narra" a due futuri operai il piano del capitale e le teorie del plusvalore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica d'alema vendola ciwati politicismo

permalink | inviato da L_Antonio il 2/8/2010 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia     luglio        settembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Politica
Musica
L'Antonio (Gramsci)
Visioni
Orvieto e dintorni
Cultura
Vado ai Massimi
Interventi

VAI A VEDERE

massimo d'alema
Alfredo Reichlin
Phil
PER RIPARTIRE
gianni cuperlo
Italianieuropei
Centro Riforma dello Stato
fondazione gramsci
NotePD
Adry
celapossofare
Bolledaorbi
Makìa
Eta-beta
Ritaz
Patry
maria grazia
LauraOK
Quartieri
Corradoinblog
Marco Campione
Francesco
Viaggio
Lessico democratico
Riderepernonpiangere
Paolo Borrello
Camereconvista
Francesco Montesi (da Parrano)
Simone Tosi
RED TV
RED COMMUNITY
PER L'ITALIA
la voce info
l'Unità
il manifesto
il riformista
filosofia.it
write up
Orvietan
francesco totti


           I due L_Antoni

 




 


Il libro de L_Antonio Qui, per vedere meglio la copertina, per leggerlo e
acquistarlo

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001. Le immagini inserite in questo blog sono prelevate in massima parte dalla rete web; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore o copyright terzi, vogliate comunicarlo a l_antonio_g@libero.it, saranno rimosse prontamente. 


 

CERCA